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Disabilità e lavoro: così ho preso in mano il mio destino

News da Right Hub - 12 febbraio 2019

Dico la verità: l’invito della Redazione di InVisibili a essere un blogger della rubrica mi ha spiazzato. Ma ho detto subito sì, perché di InVisibili sono un lettore attento ed esigente. Mi sono sempre rispecchiato nella sua visione della disabilità, moderna e al tempo stesso giusta

Dico la verità: l’invito della Redazione di InVisibili a essere un blogger della rubrica mi ha spiazzato. Ma ho detto subito sì, perché di InVisibili sono un lettore attento ed esigente. Mi sono sempre rispecchiato nella sua visione della disabilità, moderna e al tempo stesso giusta.

Ma chi sono io? Già, devo e voglio presentarmi. Ho 46 anni, e sono diventato maggiorenne a 34, quando mi sono lasciato alle spalle tanti anni avvilenti e frustranti dal punto di vista lavorativo e ho deciso di presentare le dimissioni da un posto a tempo indeterminato in pubblica amministrazione per fondare un’impresa, un’agenzia per il lavoro esclusivamente dedicata alle persone con disabilità: persone come me.

Sono nato e cresciuto con una sordità profonda che ha inevitabilmente condizionato tutta la mia vita. Già, ma allora perché rinunciare ad un impiego sicuro fino alla pensione? E poi… un disabile! E che diamine! Invece di ringraziare tutti i Santi del paradiso (sì, ok ragazzi, ma il concorso pubblico per titoli ed esami l’avevo fatto io, non San Non So Chi per me)! Perché l’ingresso in quel posto “sicuro” ha dato inizio al periodo più buio della mia vita: la macchina amministrativa, incurante della mia specifica condizione di sordo profondo, mi ha collocato a uno sportello di front office, mansione per la quale l’udito è un requisito indispensabile. L’impeccabile perfezione formale delle delibere ha avuto la meglio sulla realtà e sulla condizione delle persone coinvolte. Ho lavorato con la dedizione di un asinello disciplinato e quotidianamente schiacciato (esatto, mi sentivo proprio schiacciato) dalla sfavorevole condizione ambientale rappresentata da voci confuse, con un grande vetro che mi separava dagli utenti e che mi rendeva ancora più difficoltoso leggere il labiale mentre dovevo inserire i dati degli utenti al computer: inutile dire che quasi sempre mi sfuggiva una lettera del codice fiscale e che i dati non erano mai corretti. Ho conosciuto lo stress, il panico, la sopraffazione ed ero attorniato da un collettivo senso di impotenza, come se tutti mi fossero umanamente vicini ma nessuno potesse cambiare le cose.

Dopo 15 anni trascorsi ad aspettare un lavoro sperando nella Legge 68, 15 anni in cui un colloquio arrivava con la rarità della cometa di Halley, il lavoro tanto agognato si è rivelato il peggiore che potessi aspettarmi. Quindi un trasferimento in altri uffici, ma dentro di me era già maturata la scelta delle dimissioni, servite anche – forse soprattutto? – a lanciare un primo messaggio di autodeterminazione (questa parola mi è molto cara e tornerà spesso in questo blog). Era arrivato il momento di spegnere le candeline dei 18 anni, poco importa se ne avevo 34. Era arrivato il momento di fare scelte dure, responsabili (per molti fui però un irresponsabile), e anche impopolari. Creare il proprio destino con le proprie mani è un diritto, e forse anche un dovere, di ogni essere umano. Naturalmente queste scelte non valgono per tutti, ciascuno di noi ha i propri tempi e modi, e questi vanno rispettati.

Ormai sono da diversi anni al timone di Jobmetoo e quella che è stata la mia esperienza personale sta diventando esperienza collettiva. La conoscenza del mondo della disabilità, e del rapporto tra lavoro e disabilità, ogni giorno si arricchisce grazie a nuovi incontri e rinnovate competenze. Quello che cercherò di fare in questo blog è, a partire da episodi a volte anche poco significativi, dare una lettura sul controverso rapporto tra disabilità e lavoro. La mia bussola è una splendida frase tratta dal libro “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar: “… e ce n’è ben pochi di uomini a cui non sia possibile insegnare qualcosa a dovere. Il nostro errore più grande è quello di cercare di destare in ciascuno proprio quelle qualità che non possiede, tralasciando di coltivare quelle che ha".

A cura di Redazione

Fonte Corriere della Sera - Link