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L’etica in economia «chiede» il business sociale

Andrea Di Turi intervista il professor Oreste Bazzichi

prof Oreste Bazzichi

Etica ed economia devono, possono o non possono andare di pari passo? Per chi si occupa di sostenibilità, di incontro e convergenza tra profit e non profit, è un tema ineludibile. Ma su cui non è certo semplice argomentare. Right Hub ha chiesto al riguardo una riflessione al professor Oreste Bazzichi, docente di filosofia sociale ed etica economica alla Pontificia Facoltà Teologica S. Bonaventura-Seraphicum.

Professore, crede che oggi la maggioranza delle imprese abbia compreso che l’etica non è un accessorio e tanto meno un ostacolo all’attività economica, bensì è essenziale per il buon funzionamento dell’economia?
Credo proprio di no. Anche se nello scenario di un mondo globalizzato, in cui da qualche decennio operano le imprese, occorrerebbe distinguere lo “spirito” etico-sociale per macro-aree geografiche.
Difatti: in un contesto di capitalismo anglosassone (Gran Bretagna, Usa, Canada e Australia) si esprimono valori individualistici con forti connotati egemonici (successo personale immediato e profitto). In un contesto di capitalismo renano o europeo si esprimono valori cooperativi e mediativi (welfare). In un contesto di capitalismo familistico italiano, dove il modello è ad economia mista, si esprimono valori assistenziali, poca efficienza di mercato e molta corruzione. In un contesto di capitalismo giapponese, basato sull’etica confuciana delle relazioni e dell’identificazione aziendale, si esprimono valori solidaristici, di lealtà e della qualità dei prodotti.
Certamente nelle società a cultura industriale avanzata, si è compreso da molto tempo non solo che è l’etica a fare il vero imprenditore, ma che la buona economia e lo sviluppo sono figli di imprese che agiscono secondo un codice etico.

Che rapporto esiste tra etica e sostenibilità sociale e ambientale? In relazione alla loro applicazione all’attività d’impresa, si possono considerare concetti simili o così facendo si cade in errore?
Esistono varie impostazioni dell’etica, che vengono generalmente accolte da tutti gli studiosi, tra le quali è opportuno confrontare almeno le due principali.
Il teleologismo è quell’impostazione che fa dipendere le norme etiche o le valutazioni morali concrete dal calcolo delle conseguenze delle azioni, in termini di benessere personale o collettivo. È una concezione che sta alla base di molta parte della filosofia morale d’ispirazione “laica” ed anche di determinate correnti del cristianesimo protestante.
Il deontologismo è invece quella impostazione della morale che fa dipendere il bene o il male dalla conformità o meno ai principi morali generali, fondati deontologicamente.
La riflessione teologica d’ispirazione cattolica e di stampo tradizionale, difende, all’interno di un impianto largamente teleologico, un nucleo intoccabile di principi, fondati deontologicamente. L’etica o ogni morale (i due termini sono sinonimi) dipende perciò essenzialmente ed inevitabilmente dalla sottostante visione antropologica.
Ciò premesso, occorre dire che la dicotomia tra sfera economica e sfera sociale non ha più senso. Il concetto che identifica l’economia come luogo di produzione, della ricchezza e del reddito e il sociale come spazio della solidarietà, è sbagliato. Difatti, si può fare impresa anche se si perseguono fini di utilità sociale e si è mossi all’azione da motivazioni di solidarietà. È questa l’ecologia integrale, di cui parla Papa Francesco nella sua recente enciclica Laudato si’: ambientale, economica, sociale, culturale, della vita quotidiana, che protegge il bene comune e sa guardare al futuro.

Nell’enciclica Laudato si’, e precedentemente nell’enciclica Caritas in veritate, quali sono i principali insegnamenti di cui le imprese dovrebbero far tesoro nel momento in cui si pongono la questione della dimensione etica del loro agire?
L’attività imprenditoriale, che è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e migliorare il mondo per tutti, - scrive l’enciclica Laudato sì (n. 129) - può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune. E la Caritas in veritate aggiunge che chi è chiamato dalla sua storia e dalle opportunità della vita ad essere imprenditore, deve ricordare che la sua attività e le sue decisioni sono capaci di plasmare la vita delle persone che gli sono affidate (n.41).
In questa direzione, l’imprenditore riveste un’importanza centrale dal punto di vista sociale, perché si colloca al centro di quella rete di legami tecnici, commerciali, finanziari, culturali, che caratterizzano la moderna realtà d’impresa. Egli guarda al profitto, ma insieme cerca di rendere il suo prodotto qualitativamente il migliore. Dovere etico dell’imprenditore è reinvestire e rischiare il proprio capitale in iniziative di nuova imprenditorialità, evitando di occupare spazi che lo fanno più operatore della finanza che creatore di economia reale; riprendendo a fare impresa e a stare sul mercato; esprimendo innovazione e crescita delle risorse umane; collegando lo sviluppo dell’impresa con lo sviluppo del sistema. Perché l’impresa non è soltanto dell’imprenditore o dei lavoratori, ma è un bene sociale, e la sua buona gestione è interesse dell’intera società.

L’incontro tra profit e non profit, ad esempio nel social procurement, può rappresentare una leva d’azione privilegiata per la costruzione di un’economia più autenticamente orientata al bene comune? Sempre a questo fine, quali altri percorsi o strumenti ritiene vadano considerati con priorità per agevolare non solo l’incontro ma la contaminazione reciproca tra profit e non profit?
Il messaggio prevalente della dottrina sociale della Chiesa riguarda un nuovo paradigma per l’economia. Oggi il bene scarso – da sempre l’oggetto della scienza economica – è costituito anche dai beni relazionali. E se l’economia resta ancorata esclusivamente all’idea monolitica e individualista del mercato, rischia di perdere contatto con le dinamiche creative e innovative che scaturiscono dal principio di sussidiarietà. Certo il mercato, la concorrenza, la competitività non significano donazione, gratuità e fraternità, concetti nuovi che hanno fatto il loro ingresso nella dottrina sociale della Chiesa; ma non è pedagogicamente sensato trasformare il dono e la gratuità in assistenzialismo. Accanto all’invenzione del mercato può svilupparsi l’economia del non profit e del Terzo settore. All’impresa, infatti, oggi è chiesto sempre di più: non basta che crei ricchezza, oggetti di qualità, reddito, occupazione, pagare le tasse e rispettare la legge. L’impresa è chiamata ad andare oltre: farsi carico di compiti sociali, culturali, civili. Ecco perché è possibile pensare ad un modello diverso, basato su imprese che abbiano per scopo non solo il profitto, ma anche la ricchezza sociale: il business sociale.

Intervista per Right Hub a cura di Andrea Di Turi